MOZIONE CONGRESSULE DELLA SARDEGNA

5 Febbraio 2010

I° CONGRESSO NAZIONALE DI ITALIA DEI VALORI
Roma, 5, 6, 7 febbraio 2010
 

MOZIONE – DOCUMENTO DEI DELEGATI DELLA  SARDEGNA
 

  Il primo Congresso Nazionale di Italia dei Valori sancisce il definitivo passaggio, non solo formale, di IdV dallo stato di movimento a quello di partito e rappresenta una tappa nel percorso di spersonalizzazione che lo stesso fondatore, Antonio Di Pietro, ha fortemente voluto. E tuttavia, a giudizio mio e di tantissimi, anche in Sardegna, Italia dei Valori riconosce l’essenziale importanza di averlo ancora come leader, considerati i meriti da lui acquisiti sul campo, la statura politica, il rispetto che si è conquistato e la gratitudine che iscritti e simpatizzanti sentono di nutrire nei suoi confronti.
   La grande novità è che tale evento si verificherà attraverso una legittimazione congressuale derivante dalla consultazione totalitaria della base e non soltanto per meriti indiscussi di fondazione.
   Perciò questo documento-mozione è presentato a sostegno della candidatura a Presidente del partito di Antonio Di Pietro, sottoscritta da 100 delegati sardi (la quasi totalità). Il sostegno si basa sulla riconoscenza e sulla valutazione fortemente positiva dell’operato e dell’importanza dell’azione strategica di Antonio Di Pietro nell’aver condotto il Partito alla crescita in proiezione geometrica, anche attraverso la generalizzazione dei temi nodali del Partito, per cui, al persistente impegno nella difesa della legalità, della Costituzione e della democrazia contro la deriva autoritaria della Destra, si è aggiunto quello nei settori a più marcato rilievo sociale, come l’occupazione, lo sviluppo, l’istruzione, la salute, la lotta contro le discriminazioni per razza, per immigrazione e per orientamento sessuale.
   Questa ampiamente condivisa valutazione positiva conduce a ritenere che il nostro Partito, con le opportune forme di democratizzazione e di ampliamento della base decisionale, di cui Antonio Di Pietro è convinto quanto noi, abbia ancora necessità della presidenza del suo  fondatore, che sarà ancora più forte dopo la grande legittimazione democratica derivante dal Congresso. Il Partito è ancora caratterizzato da crescenti apporti di culture politiche diverse (accanto alla cultura per così dire movimentista c’è quella che potremmo definire istituzionale) che richiedono una delicatissima sintesi che solo Antonio Di Pietro, conoscendo il partito in profondità, può fare.
   La mozione che si sottopone all’accettazione del presidente Di Pietro e del Congresso, è racchiusa in tre temi generali. La sua stesura tiene conto nelle linee generali, pur senza poterle richiamare nei particolari data la loro vastità e talora minuziosità, delle importanti elaborazioni compiute nelle assemblee provinciali e, infine, in  quella regionale.
   I temi sono:
1) La questione sarda nella questione meridionale;
2) Il Partito;
3) Gli arricchimenti programmatici.
1) LA QUESTIONE SARDA NELLA QUESTIONE MERIDIONALE.
A) LA QUESTIONE MERIDIONALE
   Le analisi sul Sud dell’Italia sono ormai avanzate. Oggi si pone addirittura in discussione che vi sia una “questione meridionale” come riferibile a tutte le regioni del Mezzogiorno; e, sotto la spinta leghista, si arriva addirittura a teorizzare la fine di ogni intervento speciale. Il Nord, con le sue regioni più ricche, non vuole più “assistere” il Mezzogiorno, dimenticandosi che, insieme alle burocrazie politiche meridionali, proprio le imprese sparviere del Nord sono state spesso le principali beneficiarie dei sostegni economici effettivamente erogati alle regioni meridionali, lucrando per sé senza, spesso, lasciare niente nei territori.
   Dalla Costituzione è poi sparito con la riforma del 2001 il terzo comma  dell’articolo 119, che prevedeva l’intervento speciale in favore di singole regioni per valorizzare il Mezzogiorno e le Isole. Esso è stato sostituito dalla disposizione attualmente vigente che istituisce un fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale. Nel contempo, monta una richiesta di eliminazione delle specialità regionali: o tutte speciali, o nessuna speciale. Queste rivendicazioni sono sostenute da una spinta leghista-nordista che, però è ingenerosa verso un principio di solidarietà che è ineliminabile in qualsiasi patto sociale. Difatti, anche la legge sul federalismo fa salve le regioni a statuto speciale.
   Ma sono maturi i tempi per un’analisi serena che respinga concezioni meramente assistenziali ma elabori un nuovo meridionalismo, responsabile e solidale, sostenuto ma controllato e finalizzato, per un processo di crescita del Mezzogiorno che non può non essere considerato essenziale per tutta la comunità nazionale, salve inaccettabili ipotesi separazioniste. D’altra parte, lo stesso Capo dello Stato ha detto recentemente che non ci sarà crescita economica e stabilità democratica in Italia se non riparte il Mezzogiorno con adeguati strumenti legislativi e governativi.
   Il modello di federalismo fiscale recentemente adottato dallo Stato italiano non sembra finora aver fatto adeguatamente i conti con il problema della eterogeneità locale di qualità istituzionale. Se lo ha fatto, è stato sulla base dell’idea convenzionale secondo cui il trasferimento della responsabilità dal centro alla periferia, in presenza di vincoli di bilancio rigidi, migliora di per sé l’efficienza di un settore pubblico che la riforma rende più direttamente controllabile da parte della comunità territoriale. Il problema è che la probabilità che meccanismi automatici di questo tipo funzionino, diminuisce all’aumentare dei divari regionali; cosicché il meccanismo classico previsto dal federalismo fiscale non sembra in grado di favorire la convergenza della qualità istituzionale delle regioni arretrate verso i livelli prevalenti nel resto del Paese. “Il Mezzogiorno rischia di trovarsi in una condizione per la quale contamina il resto del Paese con i suoi vizi, senza rendere possibile al resto del Paese di utilizzare i suoi meriti; con la conseguenza, cioè, che si esportano i vizi, ma non si valorizzano i meriti del Sud” (Leoluca Orlando).
   Se non ci saranno rapidi passi avanti nell’affrontare i fattori all’origine della persistenza del ritardo meridionale, lo sfavorevole stato stazionario continuerà a esistere per un periodo ancora lungo e, se si muoverà, il rischio è che lo faccia nella direzione sbagliata.
   Eppure, risolvere la questione meridionale è interesse dell’intero Paese, e non solo del Sud, come ha dimostrato il recente Convegno di Bari organizzato per individuare le proposte del nostro Partito a sostegno di tutto il Paese.
   Come afferma lo stesso Orlando a commento di quell’evento, “difendere e promuovere storia, presente, prospettive dei territori è una grande operazione culturale, economica e politica. La difesa e promozione del “valore territorio” non deve però prescindere da altri valori: rispetto della persona umana, di ogni persona umana, legalità dei diritti, laicità, contrasto ai conflitti di interessi.” Altrimenti si sfocia nel leghismo egoista e razzista.
   Conviene a tutto il Paese contribuire alla riscossa, economica ed etica, del Sud; e non soltanto perché siamo un unico Paese, che dovrebbe essere governato da principi di solidarietà. Bisogna promuovere tentativi di consolidamento di un tessuto imprenditoriale meridionale, creando un contesto che finisca con l’essere utile alla produzione e all’occupazione, insieme. Pertanto, anche la Sardegna si riconosce nelle proposte in buona parte elaborate in occasione del citato convegno di Bari, che il nostro Partito dovrebbe mettere in campo:
1) la reintroduzione del credito di imposta, in particolare nelle regioni con più forte divario, a favore dei datori di lavoro che trasformano in contratti a tempo indeterminato quelli che non lo sono;
2) attenzione all’efficienza dei servizi pubblici nel Mezzogiorno, con specifico riferimento non soltanto all’INPS, ma anche ai centri per l’impiego e agli organi ispettivi per i contratti di lavoro, per evitare che ci sia un lavoro sommerso e nero e ci sia mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro;
3)  un intervento di sollecitazione, razionalizzazione, orientamento e controllo della spesa regionale per la formazione professionale per evitare sprechi e clientelismo, e che nello stesso tempo sia finalizzata all’effettiva qualificazione per l’inserimento nel mondo del lavoro;
4)  una posizione netta e chiara riguardo alla necessità di salvaguardare i siti produttivi presenti nel territorio nazionale, in particolare nel Mezzogiorno;
5)  una particolare attenzione  per evitare la deindustrializzazione selvaggia che sta colpendo l’Italia anche per le delocalizzazioni avventurose, con riferimento a tutte le più gravi situazioni nazionali, riguardanti non solo la FIAT di Pomigliano e di Termini Imerese, ma anche, per la Sardegna: l’ALCOA (la cui chiusura produrrebbe il tracollo di tutta l’attività metallifera con la definitiva chiusura delle altre fabbriche collegate rappresentate da Eurallumina, Rusal, Portovesme srl, comparto che rappresenta il 13% del PIL del territorio); il polo industriale di Portotorres (ora l’industria maggiormente sotto tiro è la Vinyls, ma sono continuamente in bilico le altre industrie dell’ENI, che recalcitra e vorrebbe chiudere tutta la chimica in Italia, anche in questo caso per delocalizzarla); il centro Sardegna (con gli insediamenti di Ottana), altre realtà industriali come KELLER e Ceramiche mediterranee, la cui chiusura, insistendo in territori più limitati, provoca danni sociali assai maggiori;
6)  interventi per quanto riguarda il settore agro-pastorale, molto spesso dimenticato insieme al sostegno alla filiera agricola;
7)  attenzione per l’innovazione, per le produzioni tipiche e per le vocazioni dei diversi territori.
   La Sardegna condivide e sostiene le sacrosante rivendicazioni di attenzione per il Mezzogiorno formulate da tutte le altre regionali meridionali. Anzi, è pronta a stringere con esse un patto che rafforzi le comuni posizioni ed esigenze, anche sulle ragioni etiche ed economiche volte a contrastare interventi (come il ponte sullo Stretto), che vengono contrabbandati per interventi volti allo sviluppo di qualche territorio ma che, invece, servono solo a far arricchire ben individuati gruppi economici drenando risorse essenziali per lo sviluppo. Del resto, la stessa cosa è avvenuta per gli insediamenti nucleari e per la cordata “amica” di Alitalia. Per questi affari i soldi ci sono e vengono messi da parte; mancano quando si deve contrastare la povertà, assumere i precari invece che licenziarli come stracci, far funzionare la giustizia, sostenere l’impresa ed alleviare fiscalmente il carico dei soliti poveracci che pagano sempre ed inesorabilmente le tasse fino all’ultimo centesimo. La Sardegna è pronta a presidiare con le altre regioni meridionali il valore della solidarietà, insieme a quello della responsabilità; ma chiede alle altre regioni del Sud una pari attenzione alle motivate considerazioni che andiamo a svolgere e che chiamiamo “questione sarda all’interno della questione meridionale”.
   Dobbiamo riuscire a frenare l’emorragia migratoria in uscita che sta colpendo tutte le regioni meridionali,  tra le prime la Sardegna. La disperazione porta i giovani (e non solo) fuori dell’Isola; spesso sono i migliori, ma spesso l’emigrazione riguarda anche padri di famiglia espulsi dalle fabbriche. All’Italia conviene un ordinato sviluppo che trasformi le contrapposte questioni meridionale e settentrionale in una grande “questione nazionale”.
 B) LA QUESTIONE SARDA.
   Ci consentiranno il Presidente ed il Congresso di spendere una parola specifica su questo aspetto.
    Esso riguarda, innanzi tutto, una questione identitaria, che, senza nulla togliere alle altre regioni che pure ne avvertono una analoga, si presenta in Sardegna con connotazioni proprie di carattere storico e persino linguistico, cui taluno, non a torto, connette una natura nazionalitaria. Non a caso in Sardegna, e non altrove, vi sono diversi partiti a matrice identitaria, alcuni nel quadro dell’autonomismo spinto al massimo, altri sul versante della richiesta di statualità indipendente, sia pure con modalità democratiche. C’è, poi, la questione dell’insularità. La Sardegna è l’unica vera Isola-regione dell’Italia, fatto che determina un surplus di costi calcolato nell’ordine di almeno il 20%: in Sardegna è più difficile fare tutto, soprattutto grande industria, per gli alterati costi di trasporto delle materie prime e di quelle lavorate, così come dell’energia, oltre che di quelle derivanti da un’infrastrutturazione assolutamente gracile (non ci sono autostrade; non esiste la rete del metano, le ferrovie impiegano tempi biblici all’interno e non sono utilizzabili per andare sul continente: bisogna prendere l’aereo, con costi assai maggiori del treno, o ricorrere ai tempi e disagi enormi del trasporto marittimo).
   La Sardegna sta vivendo la fase più drammatica della sua esistenza dal punto di vista economico e sociale: una deindustrializzazione selvaggia, che sta portando diversi territori al disastro, con chiusura di fabbriche e licenziamenti o cassa integrazione (Sulcis - Iglesiente, zona industriale di Portotorres, centro Sardegna), una disoccupazione al 12,7%, seguita solo da quella della Sicilia oltre il 13%, 600 imprese formalmente in crisi, 11.000 lavoratori che utilizzano gli ammortizzatori sociali, 150.000 disoccupati reali, 350.000 persone al di sotto della soglia di povertà, in un territorio con appena 1.670.000 abitanti ed una forza lavoro di 686.000 unità. Attenzione: la disperazione può attanagliare con modalità imprevedibili. La piattaforma sindacale, posta a base dello sciopero generale del 5 febbraio, è un esempio lucido ed al tempo drammatico.
   L’intervento speciale nel mezzogiorno non ha incontrato nell’Isola, come nel resto del Sud, quegli effetti risolutivi che ci si attendeva. L’inefficacia è stata in Sardegna obiettivamente resa più grave proprio dai costi dell’insularità. Su questo aspetto desideriamo attirare l’attenzione e la comprensione del Congresso. Il federalismo fiscale si basa sul principio della responsabilità, che anche i Sardi accettano. Perciò non si tratta di chiedere favori o benefici che potrebbero incontrare il veto dell’Unione Europea, ma solo di esigere strumenti di riequilibrio di un handicap che non dipende dalle capacità ma è connesso solo ad elementi di natura geografica.
   Pertanto, la Sardegna vuole stare all’interno della lotta delle altre regioni del sud per un nuovo meridionalismo, che giova anche al resto dell’Italia (come acutamente ha osservato Leoluca Orlando ed è emerso dal Convegno di Bari). E tuttavia è legittimo chiedere il riconoscimento dell’insularità come handicap originario, che richiede interventi per la sua eliminazione, come aveva fatto l’articolo 158 del trattato di Amsterdam. Chiediamo, perciò, un impegno del Congresso a sostenere una proposta di legge di modifica della Costituzione che, magari come comma aggiuntivo all’articolo 119, preveda appunto l’insularità come condizione che esige interventi atti a porre la Sardegna non sopra le altre regioni, ma allo stesso livello in termini di condizioni di partenza. Questi interventi sono soprattutto fiscali ed infrastrutturali, ma riguardano anche il rilancio dell’autonomia e del piano di rinascita previsto dall’articolo 13 dello Statuto sardo, la continuità territoriale delle persone e delle merci, il recupero del dissesto minerario (terreni avvelenati), esportazione dei prodotti delle economie locali e dei saperi tradizionali e manuali, le energie alternative.
2) IL PARTITO
   Questo Congresso si occuperà di regole e di statuti, così come di piattaforma programmatica. Esso servirà a definire lo Statuto nazionale (compito tipicamente congressuale) che non potrà essere modificato se non da un altro Congresso, potendosi prevedere una possibilità di modifica in caso di urgenza ad opera dell’Esecutivo Nazionale ma con una maggioranza qualificata (due terzi o maggioranza assoluta del componenti). Ma esso è stato convocato anche per l’elezione del presidente nazionale del Partito e dei responsabili nazionali delle donne e dei giovani. Perciò è evidente che nessun altro ruolo potrà essere attribuito da questo Congresso se non sarà stato prima da esso previsto nel nuovo Statuto nazionale approvato, per giungersi eventualmente in altro Congresso ad eventuali altre elezioni per altri ruoli.
   Italia dei Valori è un partito nazionale, con organizzazione centrale. Più cresce e più è evidente l’esigenza di un forte coordinamento centrale. E tuttavia una delle ricchezze di questo partito è rappresentata dalla diversità delle culture e delle situazioni, che devono essere considerate come una ricchezza e non come un impiccio.
   Questo equilibrio tra unità e rispetto delle specificità è attività delicata, magari difficile, ma tutt’altro che impossibile. Questo risultato si può ottenere operando sullo Statuto, nazionale e regionale. Ciò può esprimersi tanto con uno Statuto regionale totalmente demandato alla definizione nella sede territoriale, quanto con uno Statuto-cornice uguale per tutti, che venga completato localmente secondo le sensibilità del territorio. Se si riconosce l’importanza di avere regole generali certe, queste possono riguardare i principi fondamentali, che devono essere uguali per tutto il territorio nazionale.
   Ma, detto questo, all’interno di uno Statuto-cornice possono restare ampi spazi per la rappresentazione delle specificità regionali. Questa esigenza è ancora più sentita in una regione, come la Sardegna, a forte e prevalente connotazione identitaria. Perciò la forma di un partito federale che valorizzi le specificità e preveda ampi spazi autonomi di completamento della cornice statutaria unica può rappresentare la sintesi di quell’equilibrio tra centralismo ed autonomia che serve al Partito. In tal senso, la forma federativa deve tornare ad essere inserita nello Statuto nazionale che questo Congresso approverà, ripristinandone la precedente previsione.
   Quindi, maggiore autonomia al Partito a livello regionale come strumento di ricchezza e non di separazione.  A tale scelta consegue la necessità di definizione di una forma di autonomia finanziaria e gestionale del partito a livello territoriale, non importa se controllata alla luce della vigente normativa sulla rendicontazione del finanziamento dei partiti, con trasferimenti dal centro ai territori che servano a dare certezza delle risorse, magari sulla base del doppio criterio dei voti e degli iscritti, ma in entità comunque predeterminata e definita.
   Esiste, poi, il problema del divieto di cumulo di incarichi. Esso può essere previsto in termini generali nello Statuto nazionale e in quello cornice per gli incarichi più rilevanti, lasciandosi a quelli regionali l’esplicitazione degli altri. E’ da ipotizzare la possibilità della previsione della figura del Presidente regionale del Partito, quale riferimento di tutte le istanze di rinnovamento con una libertà maggiore di quella che compete al Coordinatore regionale; ovviamente, in caso affermativo devono essere attentamente definiti i compiti, ad evitare possibilità di sovrapposizioni.
   Parimenti sussiste il problema della limitazione del tempo degli incarichi politici (Coordinatore regionale e provinciale, Responsabile dell’organizzazione) e dei mandati elettivi, limitabile a due (o alla somma di dieci anni per il caso di elezioni anticipate) con riferimento agli incarichi parlamentari europeo e nazionale e a quelli nei Consigli regionali, sommati tra loro (non si potranno fare due  mandati da consigliere regionale, due ulteriori mandati da parlamentare nazionale ed eventuali ulteriori due da eurodeputato).
   Nelle liste occorrerebbe garantire, oltre le quote rosa, anche le quote verdi.
   Il problema del tesseramento è molto delicato. Occorre evitare che il nostro partito diventi come gli altri, nel senso di consentire tesseramenti non cristallini sotto vari profili.
3) IL PROGRAMMA.
   Per costruire l’alternativa occorre un programma concreto e credibile. Siamo già identificati come il partito della più dura opposizione al regime autoritario che Berlusconi sta instaurando in Italia. Da qualche tempo stiamo opportunamente estendendo la nostra attenzione ai temi più marcatamente sociali. Dobbiamo ancor più accentuare questa presenza, su cui il PD si mostra più attrezzato.
   Una parola sui rapporti con il PD. Positivo è stato lo “stop” alle trattative di qualche tempo fa; positivo è stato anche il “go” di alcuni giorni fa. Abbiamo giocato sul doppio livello della collaborazione e della distinzione. Io credo che  stiamo man mano consolidando la percezione che noi ed il PD siamo uniti “per l’opposizione” in vista dell’alternativa, ma non sempre e necessariamente lo siamo “nell’opposizione”, cioè nel modo concreto di contrastare più efficacemente il berlusconismo.
   Quindi, anche il programma ci deve caratterizzare. In tal senso, i 10 punti portati a Vasto e posti a base della mozione di candidatura di Antonio Di Pietro a Presidente del partito costituiscono una base preziosa, che però può essere arricchita con spunti offerti alla considerazione ed all’accettazione del candidato presidente. I suggerimenti che appresso si danno sono contributi talora innovativi, più spesso di arricchimento  di temi già presenti, ma che comunque è opportuno ribadire con forza.
   Di prioritaria importanza è il tema ambientale, cui soprattutto le nuove generazioni sono particolarmente attente. Bisogna contrastare la cultura “dissipativa” dell’ambiente finora prevalente, anche da parte delle grandi nazioni, e privilegiare, anche in chiave di ripresa economica, un modello di sviluppo sostenibile, attento ai problemi dell’energia, dell’inquinamento e delle opportunità per le popolazioni più svantaggiate. Si potrebbe, perciò, più marcatamente dare l’adesione ai principi generali della Carta della Terra, per la costruzione di una società globale giusta, sostenibile e pacifica del XXI secolo. Aderire a questo straordinario documento è importante per mostrare al Paese grande senso di responsabilità verso le generazioni future e aumentare il consenso popolare verso il Partito. In tal senso è di grande importanza l’avere indetto il referendum abrogativo nelle materie dell’acqua e dell’energia nucleare, che devono diventare un nostro vessillo. Contestualmente al referendum potremmo elaborare due proposte di modifica costituzionale, una sull’acqua, bene essenziale e pubblico, l’altra sul ripudio dell’uso dell’energia nucleare. A queste due importanti politiche occorre accompagnare anche provvedimenti volti al recupero del dissesto idrogeologico e minerario e al potenziamento della forestazione ad uso ambientale e produttivo;
   Non meno rilevanti sono i temi dello sviluppo e del lavoro, per i quali occorre che il Partito sia fortemente propositivo su un progetto di società e come tale affronti le tematiche relative al recupero dell’evasione fiscale per abbattere il debito pubblico e ridurre le tasse; proponga la riduzione del carico fiscale alle imprese; favorisca i processi di aggregazione delle PMI; proponga ipotesi di sviluppo locale in partenariato pubblico-privato; rilanci le economie locali ed i saperi tradizionali e manuali. Bisogna affermare un più forte sostegno diretto a chi è privo di ammortizzatori sociali, con l’estensione della cassa integrazione in deroga; il raddoppio della cassa integrazione da 52 a 104 settimane; l’incremento del reddito della cassa integrazione fino all’80% del salario reale; l’estensione degli ammortizzatori sociali ai giovani disoccupati e l’abolizione delle contrattazioni di lavoro precario; la previsione del miglioramento dell’accesso al credito, anche attraverso l’effettiva sospensione del cappio rappresentato da Basilea 2; la valorizzazione delle produzioni agricole tipiche, puntando sulla biodiversità, sulle vendite a chilometro zero, e l’ incentivazione del lavoro agricolo giovanile.
   A questo deve accompagnarsi il potenziamento della formazione, della scuola e dell’università, anche in funzione dello sviluppo economico, con il recupero dei precari usciti dall’insegnamento. Così come occorre assicurare massicci investimenti sull’innovazione tecnologica e la ricerca. In Italia da almeno dieci anni l’economia non cresce più perché il Paese non produce più prodotti ad alta innovazione tecnologica, se non in settori marginali (cellulari, attrezzature informatiche, apparecchi televisivi, fotocamere digitali, etc.).
   Non meno rilevante è la necessità dello spostamento degli investimenti dalla mobilità privata alla mobilità collettiva, con il potenziamento delle strutture aeroportuali, delle strade di grande collegamento e delle ferrovie, soprattutto per quanto riguarda le merci, con grande vantaggio anche per l’ambiente, la sicurezza e la salute. Per non parlare del potenziamento del turismo, che deve essere coniugato con una politica ambientale ed energetica compatibile. Non è pensabile che un Paese che possiede il 50% del patrimonio artistico ed archeologico del mondo sia crollato al 6° posto nella classifica dei Paesi con il più alto flusso turistico. Negli anni ’50 e ’60 l’Italia divideva la piazza d’onore con la Francia.
   Occorre infine affrontare con decisione e con proposte organiche il problema dell’informazione e della libertà di stampa, in un Paese dove i media sono controllati da pochi imprenditori che stanno minando fortemente la tenuta democratica del Paese, con conflitti di interesse così forti e pregnanti, in palese violazione dell’art. 51 della Costituzione, da vanificare di fatto il diritto dei cittadini “di accedere alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza”.

 

   L’ASSEMBLEA SARDA DEI DELEGATI
 

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Dalla parte dei Giovani

14 Gennaio 2008

Giovani: formazione e lavoro

11 Gennaio 2008

8 luglio a Roma contro le leggi canaglia

5 Gennaio 2008

I giovani e la politica

26 Settembre 2007

 

Acquasparta e l’Italia dei Valori

14-15-16 Settembre 2007. Un weekend molto importante per l’Italia dei Valori che inaugura a fine estate il primo incontro giovanile di cultura e formazione politica ad Acquasparta, in provincia di Terni, nella sala del trono di Palazzo Cesi. Era da tanto che i giovani aspettavano un occasione come questa per poter esporre le proprie domande, incertezze, paure e curiosità ai nostri parlamentari. Era da tanto che a noi giovani non veniva data la possibilità di partecipare attivamente a un dibattito politico che ci riguarda da vicino, perché ogni giorno scontiamo gli sbagli del passato e saremo sempre noi coi nostri figli a pagare gli sbagli che oggi si compiono.
Dopo una brevissima presentazione dell’iniziativa da parte dell’On. Leoluca Orlando, il ministro Antonio Di Pietro ha aperto la discussione affrontando tre temi di grande interesse per noi giovani quali il ricambio generazionale, il blocco dei giovani verso la politica e soprattutto la rete come aggregazione di consenso e di consensi. La “rete”, infatti, permette a tutti di poter dare la propria opinione e non solo a pochi eletti come avviene nella tv; consente di esprimersi senza mediazione giornalistica e in modo libero. Siti web, Mail, forum, chat, ecc, sono i nuovi strumenti attraverso i quali il cittadino diventa parte attiva perché oltre a scegliere le informazioni che gli interessano, ha la possibilità di interagire con altri utenti o di mettersi in contatto con gli esponenti del partito, al contrario della passività cui una persona è indotta nel vedere la tv, dove le informazioni ci vengono date in modo unidirezionale. Ed è proprio attraverso questi nuovi strumenti che il consenso diventa sempre più un contenitore di consensi indispensabili per una politica nuova, giovane e più vicina alle esigenze di tutti.
Per ottenere risultati però, come partito e come singoli individui, dobbiamo guardare fermamente all’obiettivo finale perché “da soli non si va da nessuna parte” e ci vogliono “grande preparazione, capacità di comunicare le proprie idee agli altri, mediazione e rigore per pensare di ricostruire la classe dirigente”. Bisogna tener presente che “In politica la tua verità non è la verità assoluta. Ci sono tempi e modi per arrivare all’obiettivo finale, e si deve andare avanti per gradi”.
E così per gradi è proseguito il dibattito con gli interventi di numerosi parlamentari (Orlando, Borghesi, Costantini, Palomba, Evangelisti, Pedica, Razzi, Pisicchio e il generale dei Carabinieri Pappalardo) su svariati temi (quali Formazione e ricerca, Riforme Istituzionali, Rapporti Internazionali, Sistema politico, Etica e Politica, Legalità e Sicurezza), e le domande dei giovani presenti fra soddisfazione e insoddisfazione, fra repliche e dibattiti che hanno sicuramente arricchito il bagaglio culturale dei presenti.

Francesca Corona

i Dico

3 Aprile 2007

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Un tema caldo di questa primavera fredda, è quello  sui Dico.
Giusto un anno fa, era stato un argomento trattato, bistrattato, ritrattato, discusso e infine approvato e sposato dal centrosinistra  tale da essere contemplato nel programma elettorale della coalizione.
In buona sostanza, si tratterebbe di riconoscere dei diritti fondamentali a persone che convivono. Che siano questi due fratelli, sorelle, uomo o donna,  poco importa.
Ma adesso la Chiesa dice no, per carità, sarebbero un gravissimo pericolo che porterebbe l’intero consorzio umano alla dissolutezza e quindi alla perdizione!  Dai piani alti della Cei arriva un terribile monito: “l’approvazione dei Dico -si legge nella nota- apre la strada a situazioni che oggi ci scandalizzano, come l’incesto e la pedofilia”.   
Nel centrosinistra  sarebbero anche d’accordo ma qualcuno, più per compiacere la Chiesa (dalla quale attinge voti) che per convinzione,  minaccia dimissioni e crisi di governo.
E le destre, dall’alto della loro esemplare vita familiare e, soprattutto, coniugale, urlano allo scandalo e sentenziano: “I Dico sono una minaccia alla famiglia!”.
Insomma,  bagarre tra i due schieramenti e all’interno degli stessi, discussioni, litigi  e fiumi d’inchiostro sulle pagine dei giornali, fanno ritenere che i Dico siano l’argomento dell’anno.
E se Shakespeare ci ricordasse: “Much ado about nothing”?
Voi cosa ne pensate?

 

 

 

Crisi di governo: intervento alla Camera del Deputato Federico Palomba

3 Marzo 2007

FEDERICO PALOMBA. Signor Presidente del Consiglio, la piena fiducia politica accordata dal Senato consente all’Unione di guardare con maggiore serenità al futuro e le dà il tempo per riguadagnare i consensi allontanatisi a cagione dell’amara cura, che è stato necessario praticare per sanare il disastro lasciato in eredità dal centrodestra.
Entro subito nel vivo dei temi che intendo trattare: una questione riguarda un punto non affrontato; l’altra ha invece assunto un rilievo centrale nel suo intervento. Entrambe, però, sono funzionali al mantenimento di una lunga vita a questo Governo, essendo volte ad evitare rischi di involuzione e di difficoltà.
Tratto il primo tema a titolo strettamente personale perché la mia posizione taglia trasversalmente il mio gruppo, come ritengo accada per analoghe posizioni assunte in altri gruppi. Si tratta del problema dei diritti dei conviventi: non ho alcuna difficoltà, signor Presidente, a riconoscere che avevo considerato un rischio per il Governo presentare un proprio disegno di legge che avrebbe esposto il Governo stesso al pericolo di non ottenere la fiducia nell’eventualità di plurime obiezioni di coscienza su un tema eticamente tanto sensibile. Allo stesso modo, però, ritengo oggi quanto mai saggia l’espunzione di quel tema dal novero delle misure che il Gabinetto che ella presiede deve approntare.
Auspico e ritengo necessario che il Governo si mantenga realmente equidistante tra le diverse posizioni, che pure nell’Unione sono presenti, lasciando la decisione sulla questione in esame alla libera dinamica parlamentare. Se realmente il Governo non eserciterà un’influenza sulle scelte parlamentari, eviterà che molti ricorrano all’obiezione di coscienza ed eviterà a se stesso dei pericoli.
Il secondo aspetto centrale nelle sue comunicazioni riguarda la riforma della legge elettorale; certamente non le sfugge, signor Presidente del Consiglio, che si tratta di un tema cruciale, anzi di sopravvivenza per molti, tra i quali Italia dei Valori. La scelta che sarà operata non sarà irrilevante. Se si vorrà semplicemente restituire agli elettori la possibilità di scelta con l’introduzione della preferenza o limitare le candidature plurime in tutte le circoscrizioni, lei ci troverà d’accordo (non abbiamo paura della competizione), ma se si volesse d’imperio operare lo sterminio delle identità, magari con l’introduzione di sbarramenti astrali, porteremmo avanti la nostra opposizione anche scendendo nelle piazze, dove sosterremmo il forte sospetto che si voglia eliminare chi è scomodo.
Noi vogliamo credere che l’Unione stia riflettendo su come valorizzare le ricchezze ideali e non mirando invece ad una soluzione finale attraverso una riforma elettorale micidiale; noi vogliamo che siano gli elettori a dire chi debba scomparire o invece essere rafforzato in virtù, ad esempio, di battaglie per la legalità e per la moralità quali quelle condotte dall’Italia dei Valori, senza che chi dovrà sedere in Parlamento o nelle altre istituzioni e chi no sia, invece, deciso da fredde alchimie politiche.
Comprendiamo l’esigenza di allargamento della maggioranza e quella di trovare intese al di fuori dello stretto ambito dell’Unione; anzi, Presidente, esortiamo la maggioranza stessa a cercarle.
A tale proposito, esprimiamo apprezzamento per la capacità di attrazione che il centrosinistra ha saputo esercitare nei confronti di persone limpide e coraggiose come il senatore Follini, la cui scelta responsabile dettata da ragioni ideali è lontana mille miglia da quella di chi ha venduto la propria originaria appartenenza per un piatto di lenticchie, fosse anche rappresentato da una presidenza che non vale la dignità persa.
Siamo anche consapevoli che il sistema politico si gioverebbe di semplificazioni cui non siamo certo insensibili; ma queste devono passare per una conventio ad includendum e non ad excludendum. In questo secondo caso, l’operazione sarebbe di corto respiro e volta esclusivamente a ridurre freddamente la sfera di chi deve gestire il potere pubblico ad iniziativa ed a vantaggio esclusivo delle attuali oligarchie politiche. Contro tale eventualità Italia dei Valori combatterebbe.
Noi siamo convinti che questa legislatura debba continuare affinché il centrosinistra possa esprimere compiutamente e al meglio tutte le proprie potenzialità. Perciò, le chiediamo che il prezzo ed il terreno delle intese siano non una legge elettorale, che fatalmente escluderebbe delle forze, con sbarramenti a priori irraggiungibili per molti, ma un obiettivo di inclusione di tutte le identità in identità più ampie.
Le chiediamo da subito, Presidente, di essere il garante delle diversità, che sono anche ricchezze, e di una libera dinamica elettorale, che consenta alle diverse identità di portare il proprio contributo. Si tratta di riferimenti alle tecniche elettorali cui anche noi siamo favorevoli.
Per conseguire tale obiettivo non mancano neanche in Italia gli strumenti, a cominciare dalle leggi per l’elezione dei sindaci o da quelle per le regioni, che consentono di coniugare governabilità e rappresentanza delle forze politiche, a seconda dei consensi che esse conseguono.
Ci aspettiamo, dunque, adeguate risposte, possibilmente nella replica.
Presidente, certa della sua rassicurazione, che andrà a registrare, l’Italia dei Valori si accinge con nuovo slancio a rinnovarle la fiducia
(Applausi dei deputati del gruppo dell’Italia dei Valori).

CRISI DI GOVERNO. CHE FARE?

23 Febbraio 2007

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Per risolvere l’attuale crisi è necessario che i segretari di partito siano coinvolti direttamente assumendosi responsabilità di Governo. L’Esecutivo ha bisogno della presenza di tutti i leader della coalizione che lo sostiene per evitare, come è successo, che ci siano partiti con propri esponenti al Governo e segretari che partecipano a manifestazioni contro lo stesso Governo. E’ necessario un rinnovato spirito di coalizione in cui ogni partito si impegni a far proprie le decisioni dell’Esecutivo espresse dal presidente del Consiglio.  

 

L’indulto vergogna: il vero fallimento della Politica

16 Gennaio 2007

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Non mi consola apprendere che abbiamo avuto ragione ad opporci con tutte le nostre forze al provvedimento di indulto e che, ancora oggi, i due terzi degli italiani è dalla nostra parte e condivide la nostra battaglia, come risulta anche dalla recentissima recentissima  indagine dell’Eurispes. L’applicazione di quello sciagurato provvedimento, che ha perdonato corrotti e corruttori, responsabili del malaffare  e  furbetti dai colletti bianchi, estorsori e sfasciavetrine, autori di voto di scambio mafioso e pericolosi rapinatori, ha generato disorientamento nei cittadini, disaffezione alla politica e una rinnovata e ancora più forte sfiducia nello Stato.  E a questo punto è inutile girarci attorno: l’indulto è stato un vero banco di prova che ha decretato il fallimento della Politica come difesa dei disonesti.  E il resto del centro sinistra, esclusa Italia dei Valori, ha stretto un patto scellerato con il peggiore berlusconismo, che così è riuscito ad ottenere qualcosa che non era mai riuscito a realizzare quando era al governo, ed ha tradito il patto con gli elettori, cui si era presentati proprio per distruggere la cultura condonista delle leggi “ad personam” di Berlusconi. In tal senso, l’indulto è la più colossale delle leggi ad personam, perché generalizzato, oltre che il più devastante regalo fatto alla criminalità nell’Italia repubblicana.
Se è vero che la politica, quella con la P maiuscola, deve curare unicamente gli interessi dei cittadini onesti, in questa occasione ha dimostrato, in maniera volgare e spudorata, che gli interessi privati e particolari, il malgoverno Berlusconiano, le strane logiche che avevano alimentato e ingrassato il periodo buio della prima Repubblica, sono  tornate come non mai alla ribalta nella stretta alleanza che ha coinvolto destra e sinistra. 
E’ l’ennesima dimostrazione che la politica è distante anni luce dai cittadini, dai loro bisogni e, soprattutto, disattende e calpesta la loro volontà.  
La politica deve riacquistare credibilità e riassumere i suo vero ruolo. E’ banale ma doveroso dover ricordare che la politica si fa PER la gente e CON la gente nell’assoluto rispetto della sua volontà.
Per quel che riguarda Italia dei Valori, ognuno di noi, dai dirigenti ai rappresentanti nelle Istituzioni, sta facendo la sua parte per presidiare moralità e legalità. La stessa passione politica che abbiamo profuso nella battaglia contro l’indulto- vergogna, la impieghiamo e  impiegheremo per i bisogni più urgenti e ormai improcrastinabili: lavoro, sanità, ambiente, economia, formazione. 
Auspico che militanti e simpatizzanti e cittadini onesti, siano veicoli convinti e decisi di trasmissione di valori che portiamo, affinché al nostro partito-movimento arrivino consensi che ci permettano di difendere quei valori contro chi li vuole, invece, distruggere per comodo proprio e dei tanti amici e “furbetti”
Dal giorno della mia elezione, ho messo a disposizione il mio ruolo di Parlamentare per le giuste cause, anche a difesa degli interessi del popolo sardo. Sarò sempre dalla parte del cittadini onesti, ad ascoltare i problemi e portare la loro voce alla Camera dei Deputati.
Federico PALOMBA
 

Morti bianche e moderne forme di schiavitù

13 Dicembre 2006

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La tutela del lavoro e sul luogo di lavoro è diventata una vera emergenza: è perciò urgente che la politica si occupi con maggiore serietà tanto della prevenzione, quanto della repressione. Sul piano della prevenzione, è auspicabile che essa non solo si sviluppi nei luoghi accertati di lavoro con riferimento a prestatori d’opera registrati, ma che si estenda ancor più alle forme di sfruttamento del lavoro occulto ed irregolare.
E’ quindi necessario intervenire drasticamente per combattere il caporalato ed ogni forma di sfruttamento, soprattutto di donne e di minori così come dei soggetti più deboli, quali gli extracomunitari, nei confronti dei quali si esercitano nuove e moderne forme di schiavitù. Il Governo potrebbe, già nella finanziaria in corso di approvazione, prevedere il potenziamento degli ispettorati del lavoro e delle agenzie di prevenzione.
Sul piano della repressione, purtroppo, è palese una certa oscillazione nei messaggi istituzionali. In ordine a questo fenomeno diventato drammatico, il mondo politico ha, in un certo senso, banalizzato o sminuito il problema non escludendo dall’indulto gli omicidi colposi sui luoghi di lavoro. È difficile denunciare la gravità, personale e sociale, delle cosiddette morti bianche e poi dire che tutto sommato le si può anche perdonare o condonare. Sarebbe opportuno pensare anche all’aggravamento delle sanzioni non solo detentive ma anche economiche ed interdittive.
Più in generale, dato che il lavoro costa meno in luoghi del mondo ove si trovano tanti diseredati che anche in età tenerissima prestano le loro deboli forze per pochi spiccioli con orari infernali ed in luoghi e con materiali insalubri, è indispensabile che il nostro Paese proponga alla World Trade Organization di farsi interprete di un nuovo ordine mondiale fondato sul rispetto e i diritti fondamentali delle persone affinché la tutela dei minori e delle donne, degli orari e dei luoghi di lavoro diventi obbligatoria in ogni paese. Con i paesi con i quali l’Italia intrattiene relazioni commerciali si dovrebbe verificare la possibilità di mettere sul piatto della bilancia, anche commerciale, la pretesa della tutela dei fondamentali canoni di rispetto della persona. Tutto ciò si risolverebbe anche nella tutela dell’economia corretta, la cui competitività non può e non deve fondarsi sullo sfruttamento

Federico PALOMBA